Quando si parla di dimensione pragmatica della comunicazione ci si riferisce alla capacità, che ciascuno di noi attiva, in maniera più o meno spontanea, nel corso delle interazioni sociali quotidiane, di andare oltre i significati letterali di ciò che viene detto, utilizzando il contesto linguistico ed extralinguistico (insieme dei fattori psicologici, sociali e ambientali) per costruire dei significati condivisi con i nostri interlocutori. Abbiamo detto che si tratta di una abilità attivabile in maniera “più o meno spontanea e automatica” perché per alcuni bambini e ragazzi, specie quelli affetti da disturbi generalizzati dello sviluppo, già il semplice fatto di dover “condividere” con l’altro la propria attenzione, un’emozione, i propri pensieri e desideri risulta un’operazione estremamente complessa e che richiede in molti casi di essere appresa, rendendo esplicite le regole e le modalità sottese agli scambi sociali. L’abilità di usare il linguaggio e la comunicazione verbale e non verbale, tenendo conto del contesto, implica infatti la messa in campo di una delle aree più deficitarie per un ragazzo autistico, che è quella che nel gergo scientifico viene definita Teoria della Mente e che più semplicemente si estrinseca nella possibilità di pensare che il nostro interlocutore possa avere delle intenzioni e dei bisogni diversi dai nostri, che richiedono pertanto di modulare il nostro stile comunicativo tenendo conto di questi ultimi.
L’insegnamento delle abilità pragmatiche implica inoltre l’acquisizione della consapevolezza che tutte le volte che ciascuno di noi parla, non soltanto emette degli enunciati adeguatamente strutturati morfosintatticamente e semanticamente, ma compie un atto linguistico (Speech Act), con cui vengono soddisfatte una molteplicità di esigenze e finalità comunicative (es. ordinare, minacciare, trasformare), in primis quella di generare un “effetto” su chi riceve il messaggio stesso.
Seguendo il fondamentale contributo fornito dalla Teoria conversazionale di Grice, eminente studioso di tale ambito della comunicazione, i training di insegnamento delle capacità pragmatiche hanno l’obiettivo principale di fare sì che i ragazzi apprendano le modalità più funzionali per offrire il proprio contributo nelle conversazioni in cui si trovano implicati, ma soprattutto sono centrati sull’insegnamento dei percorsi inferenziali da seguire per dedurre i significati impliciti di una comunicazione. Come abbiamo appreso infatti dagli scritti e dai contributi scientifici di persone adulte affette da Sindrome di Asperger, ciò che più risultava per loro difficoltoso specie nel periodo dell’infanzia e della preadolescenza era proprio comprendere i significati sottesi alle dinamiche comunicative, in particolare l’ironia, le metafore, le richieste indirette. Per un bambino con disturbo generalizzato dello sviluppo ad esempio la frase “Fa freddo, mi piacerebbe che chiudessi la finestra” potrebbe non suonare come un invito a chiudere la finestra ma come una semplice affermazione dell’interlocutore a cui non necessariamente deve seguire un’azione. E’ probabile dunque che il ragazzo non andrà a chiudere la finestra, non per cattiva volontà ma per una mancata efficacia dell’interazione comunicativa. La consapevolezza da parte dei genitori e degli educatori di queste sottili ma al contempo centrali dinamiche delle competenze cognitive e sociali dei bambini autistici renderebbe più agili e proficue le interazioni con loro e il lavoro educativo e didattico senza incorrere in frustrazioni e vissuti negativi, facilmente superabili con una adeguata informazione.

 

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