Nell’ambito scientifico quando si parla di disturbo della condotta ci si riferisce a quei comportamenti, adottati da bambini o ragazzi, che sono prevalentemente connotati da “modalità ripetitive e persistenti di condotta antisociale, aggressiva o provocatoria”. Si tratta di modalità comportamentali che i genitori e gli insegnanti vivono con particolare preoccupazione, frustrazione e insofferenza, perché spesso questi ragazzini dicono o fanno cose che vanno contro ciò che il contesto sociale si aspetterebbe da un ragazzo di quell’età.
Anche l’approccio clinico e pedagogico a tali situazioni è notevolmente complesso e richiede un’attenzione particolare sia al bambino sia al contesto sociale, educativo e famigliare in cui è inserito. Innanzitutto è opportuno osservare come certe fasi dello sviluppo, in cui il bambino o il ragazzo è chiamato ad affrontare compiti evolutivi particolarmente pregnanti e impegnativi per la sua crescita, legati nello specifico al processo di costruzione della propria identità personale e alla differenziazione e autonomizzazione dalle figure genitoriali, possono essere naturalmente accompagnate dalla comparsa di atteggiamenti e comportamenti oppositivi, o aggressivi, che non devono in alcun modo condurre alla clinicizzazione del ragazzo o alla formulazione di inappropriate diagnosi di presunti disturbi. In tali casi il genitore o l’educatore devono tuttalpiù interrogarsi sui motivi, che possono condurre il ragazzo al adottare queste soluzioni comportamentali nella risoluzione dei propri problemi piuttosto che altre, a “funzionare” in questo modo piuttosto che in altro socialmente più accettabile, esaminando per esempio il tipo di rapporto che il giovane intrattiene con le regole e la loro interiorizzazione, senza pensare di poter eliminare la sofferenza e le difficoltà che ogni percorso di crescita porta inevitabilmente con sé, ma più semplicemente accompagnando il ragazzo in tale percorso, legittimando i suoi vissuti emotivi ma sollecitando al contempo l’adozione di strategie e modi di stare nella realtà maggiormente funzionali e adeguati al contesto sociale.
E’ importante inoltre precisare come un bambino o un ragazzo che, posto di fronte ad una situazione stressante o emotivamente difficile da gestire, pone in atto comportamenti aggressivi o provocatori, lancia ai propri genitori, agli insegnanti, agli educatori una richiesta di aiuto dirompente, a cui nella maggior parte dei casi segue un intervento da parte di coloro gli stanno attorno, che per quanto possa essere più o meno appropriato, è comunque un tentativo di farsi carico della sofferenza del giovane.
Diverso è invece il caso di quei bambini o adolescenti che gestiscono il disagio o le difficoltà ritirandosi in sé stessi, chiudendosi alla relazione sociale e sviluppando sentimenti di disistima e sfiducia rispetto a sé stessi e alle proprie capacità. In questi ultimi casi l’intervento da parte dell’ambiente famigliare o scolastico può essere drammaticamente ritardato e risultare dunque estremamente impegnativo, poiché il giovane apparentemente tranquillo, riservato e remissivo può non destare l’attenzione e la sollecitudine di coloro che lo accompagnano nel percorso di crescita.
Nelle situazioni in cui, al contrario, le condotte disfunzionali presentano un carattere di particolare intensità oppure gli agiti distruttivi o trasgressivi non compaiono occasionalmente ma sono frequenti e pervasivi rispetto ai vari ambiti di vita del bambino o dell’adolescente (es. famiglia, scuola, contesti esterni), la segnalazione e la presa in carico da parte dei servizi o dei professionisti di riferimento si rende pressoché necessaria e richiede, come precisato già da principio, una presa in carico su più fronti. Non basta infatti svolgere un lavoro soltanto con il ragazzino, è importante che questo si accompagni ad una concomitante modifica del suo ambiente di vita e delle modalità con cui genitori ed insegnanti si relazionano con lui.

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